Se ne è parlato alla Farmacia Marchiori di Verona.

Come per i tormentoni estivi che si ascoltano ogni anno sulle spiagge italiane, anche nel mondo farmacia- attanagliato sempre più da competitor mega ed aggressivi- la parola d’ordine che risuona in ogni convegno o seminario di categoria è il sostantivo “professionalità”.

Difendiamo la professionalità, valorizziamo la professionalità, sviluppiamo la professionalità, facciamo riconoscere la professionalità!

Espressioni che talvolta risuonano nell’iperuranio farmaceutico come un grido d’allarme, altre volte come un sos da lanciare al mercato ed al mondo, altre come un vero e proprio “grido di guerra” per contrastare un nemico sempre più visibile.

Mia nonna (che per la cronaca non aveva conseguito nemmeno la licenza elementare) sosteneva che il professionista è il laureato, e che quindi bastasse una bella pergamena dorata per potersi ritenere tale (peccato che lo pensa ancora anche qualche farmacista dei tempi moderni!).

Ma il mondo – si sa – è cambiato, e se ormai pullulano sul globo terraqueo migliaia di laureati sfornati dalle università italiane (compresa la facoltà di farmacia e ctf), tutti ormai sappiamo che il professionista è ben altro, ovvero colui che è in grado di svolgere la sua attività lavorativa con particolare abilità e competenza, mentre nella sua accezione aggettivale da professionista, è ciò che è eseguito con notevole abilità e capacità professionale, (così recita il Vocabolario Treccani della Lingua Italiana).

E qui si possono aprire lunghe ed estenuanti disquisizioni sociali come deontologiche in merito a quanto il farmacista- titolare o collaboratore- possa oggi ritenersi tale in termini di particolare abilità e competenza, che tradotto per mia nonna significa che il professionista “ne sa una più del diavolo e lo sa trasmettere con particolare entusiasmo ed interesse al suo interlocutore”.

Ma c’è un serpeggiante e pericoloso virus che può “uccidere” un professionista, si chiami Andrea Bocelli tenore, Gennaro Esposito operaio metalmeccanico, Mario Rossi farmacista: è la “routine”, quello status psicologico e sociale insieme il quale- complice l’esperienza e la conseguente sicurezza maturata- può indurre un soggetto a registrare un elettroencefalogramma ed elettrocardiogramma piatto.

L’antibiotico che combatte una così devastante patologia? Confrontandomi con la titolare ed i collaboratori della Farmacia Marchiori di Verona in occasione di un mio recente incontro formativo, lo abbiamo individuato nella curiosità, quella caratteristica tipica dei bambini che senza filtri, e a volte senza ritegno, ti sfiancano fin quando non gli rispondi alla domanda del “perché la pioggia scende dalle nuvole o come nascono i bambini”.

A tal proposito una recente indagine condotta da un gruppo di ricercatori della George Mason University capeggiata dal prof. T.B. Kashdan (cfr. Le 5 dimensione della curiosità, Harward Business Review, ottobre 2018) ha individuato in un clima aziendale che favorisce la curiosità degli operatori che in essa lavorano, uno degli ingredienti principali dello sviluppo e della espansione di una organizzazione.

Gli Autori, nello specifico, ritengono che vi siano 5 dimensioni caratterizzanti un “team curioso”; proviamo a tradurli in farmacia.

1. Sensibilità alla deprivazione. Un professionista curioso vive con ansia la mancanza di conoscenza ed in particolare e riluttante a rimanere in una condizione di lacunosità o superficialità conoscitiva (tradotto in farmacia: come ti senti quando non sei adeguatamente preparato su un prodotto e/o servizio che eroghi?)
2. Bassa tollerenza allo stress. Un professionista curioso, non tollerando la mancanza di conoscenza e percependola come invalidante la sua preparazione, si attiva immediatamente per reperire conoscenza (tradotto in farmacia: aspetti il prossimo corso ecm offerto dalla casa farmaceutica per conoscere la soluzione ad una patologia o piuttosto ti attivi anche di notte per saperne di più?)
3. Esplorazione gioiosa. Un professionista curioso sperimenta nuovi modi per gestire le situazioni ed attiva soluzioni alternative per risolvere problemi ricorrenti (tradotto in farmacia: ti incaponisci a spiegarti perché si fanno sempre gli stessi errori o provi a vedere le situazioni come le persone in modo diverso condividendo nuovi approcci?)
4. Curiosità sociale. Un professionista curioso è fortemente interessato al punto di vista altrui senza filtri o pregiudizi (tradotto in farmacia: lo sai che esiste uno ed un solo modo per essere empatici al banco? Si chiama “indagine”, ovvero cercare di capire “usi e costumi” del paziente per fornirgli la soluzione più ampia al suo problema, anche perché la differenza fra “tosse secca e tosse grassa” l’aveva capita anche mia nonna!)
5. Emozioni forti. Un professionista curioso ama il rischio (tradotto in farmacia: ti poni da titolare mete sfidanti che ti fanno salire l’adrenalina a mille? Da collaboratore, ti fissi obiettivi ambiziosi produttivi come professionali o sei già lesso da un po’?)

Ognuno dei presenti all’incontro si è dato un voto su ognuna delle caratteristiche per definire poi un’azione pratica da condividere con i colleghi e la titolare come sistema di crescita della farmacia in futuro; l’effetto creato? Facce all’inizio introvertite, poi riflessive, poi sorridenti, poi determinate.

Ho consultato mia nonna durante una seduta spiritica e mi ha detto che quei collaboratori nel tempo diventeranno anche più competenti perché, si dice, che “curiosità e competenza” siano fratelli gemelli separati alla nascita che si reincontrano ogni qual volta un lavoratore decide di diventare un professionista.

E se lo dice mia nonna, credeteci!

Michele Ciccolella